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Un conflitto globale? La volontà di combattere una guerra tra grandi potenze

Tradotto da Catalda Scialfa

Ci troviamo di fronte ad un mondo che sta cambiando e che lo sta facendo ad una velocità sempre più crescente, dove la polemologia si sta concentrando su scenari molto sensibili, sia geografici sia sul piano della proiezione del potere (tecnologia, controllo di minerali, accesso a riserve fondamentali), oltre alla questione del modello che si costruì dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che sembrava chiamato a trasformarsi in un modello di pace e unipolarità da autori como Fukuyama negli anni Novanta del secolo scorso.

Per questo motivo, in alcune analisi è frequente parlare di conflitto tra grandi potenze. Molti analisti e pianificatori sperano che questo conflitto si mantenga nella cosiddetta “zona grigia” o nel cyberspazio. Già ne vediamo alcune chiare tracce in scenari come le Caraibi, la regione MENA, Europa, Asia, Indo-Pacifico, America, l’Artico e la regione antartica… inclusa la dimensione spaziale.

Dobbiamo però ricordare ciò che afferma Shaun Riordan nel suo libro Cyberdiplomacy: Managing Security and Governance Online, ovvero che il cyberspazio sta diventando troppo importante da essere lasciato solo ai tecnici, che finiscono per esercitare una grande e crescente influenza in materia di sicurezza, difesa e geopolitica, della dirompente tecnologia del 5G e tutto ciò che chiamiamo “Internet delle cose” e della rivoluzione industriale 4.0. La Cina è stata la più veloce a comprendere le dimensioni della questione, e ne hanno dato prova le delegazioni cinesi negli incontri che dovrebbero definire i nuovi standard industriali per il 5G.

Questi conflitti cyber spaziali stanno crescendo sia politicamente che geograficamente, e includono cybersicurezza, cyberconflict e il dominio di Internet. Inoltre, nel cyberspazio c’è una tendenza nel diminuire la relativa egemonia degli Stati Uniti, portando ad mondo multipolare e in conflitto con la manifestazione della lotta tra grandi potenze. Tutti questi aspetti sono già stati discussi in questa piattaforma, e il lettore interessato ne troverà motivo di riflessione e di analisi.

Tutto ciò potrebbe farci credere che un “cigno nero” possa volare sulle nostre teste. Ecco perché il saggio di Emma Moore, Attrition and the Will to Fight a Great Power War è una lettura importante e interessante dell’attuale prospettiva americana di fronte alla volontà di combattere tale conflitto.

Per Emma Moore, è probabile che i leader politici seguiranno le linee di Franklin D. Roosevelt nell’affrontare queste sfide, e ricorda che il più importante fattore che motiva il popolo americano è la corretta e chiara identificazione di coloro che essi possano riconoscere come loro avversario, aggressore o nemico.

L’autrice afferma inoltre che la fiducia della nazione nelle agenzie governative ha avuto un trend negativo ed è storicamente bassa, segnalando un contrasto con il discorso ben studiato che il Presidente Roosevelt fece dopo l’attacco a Pearl Harbour per guadagnare l’appoggio dell’opinione pubblica a entrare in guerra alleandosi con il potere dell’Asse. Anche l’uso delle fake news e del deepfake mostra come la popolazione possa vedere che l’uso discendente del potere verso i cittadini sia più facile da confondere, oscurare, condizionare e sabotare.

Emma Moore crede che il coinvolgimento della Nato e, in generale, degli alleati dell’Europa in uno scenario come quello Indo-Pacifico sarebbe comprensibile, per non menzionare le reticenze, dato che la Cina potrebbe confidare in un probabile appoggio dell’Australia. E i collegamenti economici e tecnologici che la Cina ha con altre nazioni, e il potere politico nelle regione Indo-Pacifica devono essere presi in considerazione per capire chi realmente potrebbe avere la volontà e le capacità per confrontarsi in una guerra contro la Cina, in uno scenario come quello proposto.

Inoltre l’autrice afferma che probabilmente le ultime azioni prese dal Presidente Donald Trump abbiano portato alcuni alleati a dubitare nell’entrare in un conflitto di tale natura, in aggiunta agli scenari lasciati in Iraq e Afghanistan.

Un riferimento costante per l’autrice nel suo lavoro è stato il documento di Michael McNerney et al., National Will to Fight: Why Some States Keep Fighting and Others Don’t, per la RAND Corporation, e che il lettore interessato può leggere con attenzione.

Bibliografia

Emma Moore, Attrition and the Will to Fight a Great Power War. STRATEGIC STUDIES QUARTERLY, WINTER 2019, 10 to 17.

Michael McNerney et al., National Will to Fight: Why Some States Keep Fighting and Others Don’t (Santa Monica, CA: RAND Corporation, 2018).

Nassim Nicholas Taleb, Black Swan: The Impact of the Highly Improvable, Penguin, 2008.

Shaun Riordan, Cyberdiplomacy: Managing Security and Governance Online, Polity Press, 2019.

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